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Quasi.

Ancor peggio della convinzione del no,
l’incertezza del forse è la disillusione di un”quasi”.
E’ il quasi che mi disturba, che mi intristisce,
che mi ammazza portando tutto quello che poteva essere stato e non è stato.
Chi ha quasi vinto gioca ancora,
Chi è quasi passato studia ancora,
Chi è quasi morto è vivo,
Chi ha quasi amato non ha amato.
Basta pensare alle opportunità che sono scappate tra le dita,
alle opportunità che si perdono per paura,
alle idee che non usciranno mai dalla carta
per questa maledetta mania di vivere in autunno.
Mi chiedo, a volte, cosa ci porta a scegliere una vita piatta;
o meglio, non mi chiedo, contesto.
La risposta la so a memoria,
è stampata nella distanza e freddezza dei sorrisi,
nella debolezza degli abbracci,
nell’indifferenza dei “buongiorno” quasi sussurrati.
Avanza vigliaccheria e manca coraggio perfino per essere felice.
La passione brucia, l’amore fa impazzire, il desiderio tradisce.
Forse questi possono essere motivi per decidere tra allegria e dolore, sentire il niente, ma non lo sono.
Se la virtù stesse proprio nei mezzi termini, il mare non avrebbe le onde, i giorni sarebbero nuvolosi
e l’arcobaleno in toni di grigio.
Il niente non illumina, non ispira, non affligge, nè calma,
amplia solamente il vuoto che ognuno porta dentro di sè.
Non è che la fede muova le montagne,
nè che tutte le stelle siano raggiungibili,
per le cose che non possono essere cambiate
ci resta solamente la pazienza,
però, preferire la sconfitta anticipata al dubbio della vittoria
è sprecare l’opportunità di meritare.
Per gli errori esiste perdono; per gli insuccessi, opportunità;
per gli amori impossibili, tempo.
A niente serve assediare un cuore vuoto o risparmiare l’anima.
Un romanzo la cui fine è istantanea o indolore non è un romanzo.
Non lasciare che la nostalgia soffochi, che la routine ti abitui,
che la paura ti impedisca di tentare.
Dubita del destino e credi a te stesso.
Spreca più ore realizzando piuttosto che sognando,
facendo piuttosto che pianificando, vivendo piuttosto che aspettando
perchè, già che chi quasi muore è vivo,
chi quasi vive è già morto!!!

Luìs Fernando Verìssimo

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I dieci ladri della tua energia

  1. Lascia andare le persone che condividono solo lamentele, problemi, storie disastrose, paura e giudizio sugli altri. Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa sì che non sia la tua mente.
  2. Paga i tuoi debiti in tempo. Nel contempo fai pagare a chi ti deve o scegli di lasciarlo andare, se ormai non lo può fare.
  3. Mantieni le tue promesse. Se non l’hai fatto, domandati perché fai fatica. Hai sempre il diritto di cambiare opinione, scusarti, compensare, rinegoziare e offrire un’alternativa ad una promessa non mantenuta; ma non farlo diventare un’abitudine. Il modo più semplice di evitare di non fare una cosa che prometti di fare e dire no subito.
  4. Elimina nel possibile e delega i compiti che preferisci non fare e dedica il tuo tempo a fare quelli che ti piacciono.
  5. Permettiti di riposare quando ti serve e dati il permesso di agire se hai una buona occasione.
  6. Butta, raccogli e organizza, niente ti prende più energia di uno spazio disordinato e pieno di cose del passato che ormai non ti servono più.
  7. Dà priorità alla tua salute, senza il macchinario del tuo corpo lavorando al massimo, non puoi fare molto. Fai delle pause.
  8. Affronta le situazioni tossiche che stai tollerando, da riscattare un amico o un famigliare, fino a tollerare azioni negative di un compagno o un gruppo; adotta l’azione necessaria.
  9. Accetta. Non per rassegnazione, ma niente ti fa perdere più energia di litigare con una situazione che non puoi cambiare.
  10. Perdona, lascia andare una situazione che è causa di dolore, puoi sempre scegliere di lasciare il dolore del ricordo.

Non ne ho la certezza, ma questo decalogo viene attribuito al Dalai Lama.

ambien online

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Giù nel cyberspazio.

«Ohi» disse il nero «ti avevo perso per qualche secondo. Non molto, però, un minuto di New York, forse…» La sua mano, nello specchio sovrastante, prese una bobina di plastica azzurra trasparente dal panno insanguinato vicino alla cassa toracica di Bobby. Delicatamente, con pollice e indice, svolse dalla bobina una specie di nastro di plastica marrone con delle perline.

Piccoli puntini di luce brillavano lungo i bordi. «Artigli» disse, e con l’altra mano fece scattare una specie di taglierina inserita nella bobina sigillata. Il pezzo di nastro perlato cominciò a contorcersi. «Roba buona» disse, portando la cosa nel campo visivo di Bobby. «Nuova. Quella che usano a Chiba adesso.» Era marrone, senza testa, ogni perlina un segmento di corpo, ogni segmento dotato di pallide gambe lucide. Poi, con una mossa da prestigiatore dei polsi guantati di verde, il nero distese il centipede lungo la ferita e prese delicatamente fra le dita il segmento più vicino alla faccia di Bobby.

Mentre il segmento si staccava, si tirò indietro un filo nero, lucido, che serviva alla cosa da sistema nervoso, e quando questo si spezzò, ciascuna serie di artigli si chiuse a turno, stringendo la ferita come la cerniera di una giacca di pelle. «Hai visto» disse il nero, pulendo lo sciroppo marrone con un panno umido «che non è stata poi così brutta?»

Giù nel cyberspazio
William Gibson
pag. 81

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Il test dei tre setacci

Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza. Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:

– Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?

– Un momento – rispose Socrate. – Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.

– I tre setacci?

– Ma sì, – continuò Socrate. – Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?

– No… ne ho solo sentito parlare…

– Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?

– Ah no! Al contrario

– Dunque, – continuò Socrate, – vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. E’ utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?

– No, davvero.

– Allora, – concluse Socrate, – quello che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo?

Se ciascuno di noi potesse meditare e metter in pratica questo piccolo test… forse il mondo sarebbe migliore.

xanax online

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Le ragazze sono come le mele sugli alberi.

Le ragazze sono come le mele sugli alberi.
Le migliori sono sulla cima dell’albero.

Gli uomini non vogliono arrivare alle migliori, perché hanno paura di cadere e ferirsi.

In cambio, prendono le mele marce che sono cadute a terra, e che, pur non essendo così buone, sono facili da raggiungere.

Perciò le mele che stanno sulla cima dell’albero, pensano che qualcosa non vada in loro, mentre in realtà
“Esse sono grandiose”.

Semplicemente devono essere pazienti e aspettare che l’uomo giusto arrivi, colui che sia così coraggioso da arrampicarsi fino alla cima dell’albero per esse.

Non dobbiamo cadere per essere raggiunte, chi avrà bisogno di noi e ci ama farà di tutto per raggiungerci.

La donna uscì dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, né dalla testa per essere superiore.

Ma dal lato per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta, e accanto al cuore per essere amata.

William Shakespeare

ambien for sale

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Quando ho cominciato ad amarmi davvero…

Com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama “rispetto”.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama “maturità”.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama “stare in pace con se stessi”.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama “sincerità”.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: persone, cose, situazioni e tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso… all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”… ma oggi so che questo è “amore di sé”.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama “semplicità”.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo. È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo “perfezione”. Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore, l’intelletto è diventato un compagno importante. Oggi a questa unione do il nome di “saggezza interiore”.

Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi. Oggi so che tutto questo è “la vita”.

Charlie Chaplin

tamoxifen online

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Il mondo attraverso lenti ReverseReality™

Messaggio di servizio: presta assoluta attenzione a quanto seguirà. Il messaggio sarà trasmesso una volta, e una soltanto, durante i rimanenti 40 secondi di imprinting. ReverseReality™ è il nome commerciale delle lenti che stai indossando in questo esatto istante. Si tratta di lenti con fattore RRF-E0CD/2095, di recente scoperta e applicate ancora in modalità pilota, DEL TUTTO SPERIMENTALE. Ti assumi ogni responsabilità di utilizzo. Le lenti adottano una nanotecnologia intelligente, chiamata Composizione Nanotecnologica Biometrica Intelligente, che adotta un algoritmo capace di attingere informazioni da frequenze diverse e non convenzionali: stringhe energetiche temporali di avvenimenti trascorsi, pieghe temporali, brane dimensionali, stringhe quantiche, onde mnemoniche di animali, piante e ogni forma di vita semplice e complessa di Terra. Passate e presenti. Contestualmente la CNBI farà da aggregatore/interprete/collettore di tutte le informazioni raccolte e le canalizzerà in varie proiezioni mentali. Questo significa che ogni cosa sarà vissuta come vera e soprattutto reale. E tuttavia, questo significa anche che tutto quello che vedrai POTREBBE DAVVERO essere la realtà. In altre dimensioni, in altri tempi, in altri corpi, o semplicemente adesso. Semplicemente qui. E’ necessario avvertirti che l’utilizzo di questa tecnologia potrebbe alterare significativamente la tua percezione della realtà. Potrebbe verificarsi un punto di non ritorno tra Visione Precedente e Visione Successiva. La Visione Successiva diverrebbe quella Presente. La realtà potrebbe cambiare profondamente identità. Il mondo come lo conosciamo ADESSO potrebbe non essere più lo stesso. Per te. Questo messaggio non sarà più ritrasmesso, né sarà rintracciabile analizzando le lenti con Sonde Nanotrivellatrici. Questo è il tuo regalo. Questa è la tua responsabilità. Fai attenzione. Fai buon viaggio.

Fase uno: eccomi.

Mi chiamo Em Dash.

Il viaggio è il mio.

Un viaggio verso l’irreparabile. Il samsara. Il satori. La metempsicosi del pensiero.

Comunque sia, procediamo con ordine.

Ti faccio una domanda: ti è mai capitato di vivere la sensazione che qualcosa tra il tuo IO intimo e il tuo IO/PR esterno ti sembri in qualche modo disallineato? Quel tuo intimo che ogni tanto affiora: “bello, ho un paio di cose da farti notare.”

E tu: “bello, non c’ho tempo.”

Però lo sai. E quello che sai è che in fondo in fondo lui ha un’indiscutibile e incrollabile ragione.

D’altra parte, è l’errore più comune per chi ha la propria percezione ancora agganciata alla Visione Precedente.

In fondo, la Visione Precedente non è un male assoluto. Ti concede di vivere tranquillamente la tua vita senza troppe responsabilità, senza troppi sensi di colpa, senza puntare il dito solo ed esclusivamente verso te stesso, quanto piuttosto in costante linea verso il Nord Esterno: gli Altri.

Tutto sommato la Visione Precedente ti garantisce delle scusanti.

Non è poi così male.

Però ti tarma: “bello, ho un paio di cose da farti notare.”

Evvaffanculo.

Il viaggio è il mio, dicevamo. Un viaggio che ha subìto già tre fasi:

  1. curiosità & entusiasmo
  2. repulsione & incredulità
  3. coscienza & serenità

Ora, lo so, sto ingranando la quarta: azione.

Ma questo è il futuro.

Il viaggio è iniziato con loro, delle semplici lenti visive ultimo modello, abbastanza alla moda per sentirsi cool ed essere invogliati ad indossarle senza pensarci troppo su. E poi,  chi non proverebbe soddisfazione nell’indossare un accessorio così trendy, soprattutto quando è gratuito?

Sono arrivate in un pacco… anzi… dentro un cubo blu cobalto assolutamente privo di scritte, indicazioni di provenienza, affrancatura o altra informazione utile. Solamente una scritta, in Gravi-Inchiostro, flottante e cangiante al lato destro del pacco: ReverseReality™.

Bisogna dargli atto che l’effetto scenico è considerevole.

E poi, guarda cosa ci trovi dentro: lenti all’ultimo grido, con laccio sinusoidale magnetico.

Praticamente l’ultimo ritrovato in fatto di ergonomia visiva. E di moda.

La figata sta nel fatto che per indossarle basta solo avvicinarle all’incrocio tra il naso e i due occhi,  si auto-sintonizzano sulla tua frequenza magnetica e… zap, ti restano incollate a 5mm dal naso e da quel momento puoi benissimo gettarti in quota da un ElioRotore che non si staccano neppure se raggiungi mach 5.

Ma la figata ancora più geniale sta proprio nel toglierle: basta soltanto che pensi di volerle rimuovere e loro si sganciano dall’ancoraggio magnetico restando in sospensione finchè non le prelevi.

Va detto: chi le ha progettate è un maledetto genio.

Il viaggio è il mio, ed è iniziato proprio con loro.

Due “semplici” lenti.

fine prima parte

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Una bella giornata.

Decisamente è tra le giornate che preferisco.

Ti svegli la mattina – qualsiasi sia l’ora – e la senti già, un po’ nelle narici che pizzicano, un po’ nei muscoli che sono pronti e vivaci, un po’ nel fatto che non sei proprio così fatto di sonno come quando fuori non è tra queste giornate.

Poi ti alzi, ti dai una bella sistemata, anche furtiva, e te ne esci.

Frizzante, fredda, pungente. Direi quasi briccona.

Il cielo è limpido, l’aria cristallina e c’è quel vento carico che crea movimento, un tempo deciso, un tempo indaffarato, un tempo bello allegro e pieno di vita.

E chi se ne frega se non siamo propriamente in un clima caraibico con queste giornata. Sono vive, assolutamente, tremendamente vive.

È talmente viva, tutto così in continua evoluzione, che puoi anche stare fermo per ore sullo stesso punto e riesci a non annoiarti. Seduto su una panchina, in piedi appollaiato sullo scorrimano di un ponte o semplicemente alla finestra.

Tutto si muove, anche quando sei fermo come un chiodo conficcato nel cemento. E ti rigeneri.

Dico, vuoi mettere con quelle fastidiosissime giornate ferme, statiche, assolutamente immobili e sempre uguali? Metti che ci sia pure quella bella cappa di afa, pesante come una coperta bagnata: come camminare con un aratro legato sulle spalle e ben piantato nel terreno.

Una bella giornata invece va così, come un bimbo felice che vivacemente corre qua e là, o che alla sua prima camminata inciampa ogni tre-quattro passi, ma si alza sorridente e orgoglioso dei suoi piccoli-ma-grandiosi traguardi quotidiani.

Sir[§]Bazz

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Intervista a Dio.

Ho sognato di fare un’intervista a Dio…

“Ti piacerebbe intervistarmi?”, Dio mi domandò.
“Beh, se ne hai tempo…” dissi io.

Dio mi sorrise.

“Il mio tempo è l’eternità, comunque cosa vuoi sapere?”
“Eh non so, cosa ti sorprende dell’umanità…”

E Dio rispose…

“Pensate con ansia al futuro, dimenticando il presente.
Cosicchè non vivete nè nel presente, nè nel futuro.
Vivete la vita come se non doveste morire mai, e morite come se non aveste vissuto mai….”
“Vi stancate presto di essere bambini.
Avete fretta di crescere e poi vorreste tornare bambini.
Perdete la salute per guadagnare i soldi e poi usate i soldi per recuperare la salute.”

Le mani di Dio presero le mie e restammo in silenzio per un po’, poi gli chiesi…

“Padre, che lezioni di vita desideri che i tuoi figli imparino?”

Dio sorrise e poi rispose:

“Imparino che non possono costringere nessuno ad amarli, quello che possono fare è lasciarsi amare.”
“Imparino che ciò che vale di più non è quello che hanno nella vita, ma che hanno la vita stessa”.
“Imparino che non è bene paragonarsi agli altri.”
“Imparino che una persona ricca non è quella che ha di più, ma è quella che si accontenta dell’essenziale”.
“Imparino che bastano pochi secondi per aprire profonde ferite nelle persone che si amano, e ci vogliono molti anni per sanarle”.
“Imparino a perdonare praticando il perdono.”
“Imparino che ci sono persone che li amano profondamente, ma che non sanno come esprimere o mostrare i loro sentimenti.”
“Imparino che due persone possono vedere la stessa cosa in due modi differenti.”
“Imparino che non è sempre sufficiente essere perdonati dagli altri, però sempre bisogna imparare a perdonare se stessi.”
“E imparino soprattutto che io sono sempre qui. Sempre.”

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L’anno dell’uragano.

Ore 18.30

In un pomeriggio più caldo di due ratti che trombano in un calzino di lana, John McBride, uno e ottantacinque abbondanti, quasi cento chili, le manone come prosciutti, un fisico da cinghiale selvatico con un carattere dello stesso genere, arrivò all’isola di Galveston col traghetto che veniva dalla costa del Texas; aveva una sei colpi sotto il spprabito e un rasoio in una scarpa.

Mentre il traghetto attraccava, McBride mise giù la valigia, si tolse la bombetta, prese un bel fazzoletto bianco nuovo di zecca da una tasca del soprabito, lo usò per asciugare l’inceratino della bombetta, poi per detergersi il sudore dalla fronte, quindi se lo passò sui radi capelli neri per rimettersi infine il cappello.

A San Francisco un vecchio cinese gli aveva detto che i capelli li stava perdendo perché portava sempre il cappello, e McBride aveva deciso che poteva anche avere ragione; però adesso il cappello lo portava per nascondere la propria calvizie. All’età di trent’anni sentiva di essere troppo giovane per perdere i capelli.

Il cinese gli aveva venduto a una cifra considerevole un tonico dall’odore dolciastro che avrebbe dovuto risolvere il suo problema. McBride lo usava con devozione religiosa, strofinandoselo sullo scalpo. Finora, l’unico effetto visibile era stata la lucidatura della sua pelata. Se mai fosse tornato a San Francisco era il caso di andare a trovare quel cinese, magari per fagli un paio di bernoccoli sulla testa.

Il giorno dell’uragano“,
Joe R. Lansdale — pag. 19-20
(Fanucci Editore)