w-corner | marco trevisan

L’agenzia di viaggi, il direttore ebete.

martedì, 22 giugno 2010

Scena seconda: da ebete a idiota, in compagnia di una stronza.

La mia esperienza nella Grande-Famiglia-Felice-Della-Grande-E-Figa-Agenzia-Di-Viaggi procede un po’ tumultuosa con vari episodi di stronzaggine collaudata da parte del signor Amadeus-C’è-Scritto-Qui-In-Grande, che è stato perciò promosso di grado dal sottoscritto: da ebete a stronzo.

Però con l’unicità di aver mantenuto la faccia da ebete.

No, dico, quando uno ha un talento, ha un talento. Chi sono io per metterlo in discussione?

Perciò le giornate continuano tra battutine ironiche e sottili — più o meno come un elefante piazzato nel culo —, sguardi che dovrebbero trasmettere segni di una qualche forma di vita intelligente ma senza troppa convinzione, ed episodi di autentica maestrìa della Stronzaggine.

Tuttavia un giorno vengo a sapere dal mio collega che il signor Amadeus-C’è-Scritto-Qui-In-Grande ha una figlia che è ammalata di tumore e questo non influisce molto positivamente sul suo umore.

Ecco, ora mi sento una merda.

Decido che forse è il caso di sorvolare sulla sua comunque superba maestrìa della Stronzaggine e fare finta di nulla, per quanto possibile.

Arriveranno giorni migliori. Dico. Che diamine.

E per un qualche periodo questa formula del “porgi l’altra guancia” pareva anche funzionare. Non che mister Gran-Visir-Della-Stronzaggine o, se preferite Amadeus-C’è-Scritto-Qui-In-Grande, si fosse calmato poi molto, però almeno io facevo del mio meglio per far finta che ne fossi immune.

Poi un mio caro amico decide di passare a migliore vita, schiantandosi su un platano.

Lo ricordo come se fosse oggi. Me lo dice la mia ragazza. Non sapeva che fosse mio amico. Era il primo maggio.

Certo era un po’ di anni che ormai ci vedevamo raramente ma, cazzo, mica li cancelli così facilmente gli anni passati insieme a ciclismo e alle elementari, ai compleanni, a casa sua, a casa mia. Gli vuoi bene a uno così.

Cazzo, Giampietro, sei troppo giovane per fare ‘sta cazzo di fine. Vaffanculo, sto di merda.

Era uno di quei ragazzi buoni, ma veramente buoni, che si fanno un culo cubico per lavorare e per far contente le persone a cui vogliono bene. Ci pensi, e a 21 anni scopri che da li in poi, da quel momento ben incastonato nel giorno del primo maggio, non lo vedrai più. Stop. Niet. Kaputt. Fine.

Mai più.

Il giorno dopo sono arrivato in agenzia in uno stato catatonico.

Mai più.

E’ difficile da mandare giù.

Anche se non lo frequentavi più da anni.

Mai più.

Capitolo chiuso.

Ma, poiché ho un lavoro da svolgere, spiego ai miei colleghi l’accaduto, perciò non mi sento propriamente in grado di svolgere i lavori che richiedono una certa precisione e attenzione. Magari sarei più adatto a fare qualche commissione in giro, senza per forza stare a casa. Almeno per ora.

Ma certo Marco, non ti devi  preoccupare assolutamente…” — mi dice la mia collega — “…porta pure tu in giro i biglietti che hanno prenotato stamattina… mi arrangio io qui.”

Sicura? Mi mancano da finire queste prenotazioni, se vuoi finisco queste e poi vado.

Tranquillo. Davvero, vai pure.

Beh, grazie allora. Prendo il necessario e mi avvio in giro per Venezia.

Ci passo la mattina in giro, consegne ce n’erano da fare un po’ e l’aria fresca del mattino aiuta a rinfrancarmi. Mi concedo un paio di caffè, così, tanto per coccolarmi con l’aroma rassicurante del caffè tostato. Poi, verso mezzogiorno decido di tornare in agenzia, perché comunque non è che me ne posso stare in giro per ore, specialmente per i fatti miei.

Non mi piace approfittare della disponibilità altrui.

Così, torno in agenzia, mi siedo alla postazione di lavoro e mi vedo uscire dall’ufficio il mitico Amadeus-C’è-Scritto-Qui-In-Grande che mi propina con grande cura un cazziatone cubico perché “i lavori vanno terminati prima di andarsene in giro a fare commissioni“.

No, aspetta. Ho capito bene?

Cioè, ho un attimo i riflessi lenti ma… ho capito davvero bene?

Mi giro verso la mia collega che mi guarda e mi fa: “c’erano queste ultime tre prenotazioni da fare, Marco“.

Scusa, ma non avevi detto che le facevi tu???

Checcazzo. Ma avete studiato entrambi alla Sacra Facoltà Degli Stronzi Riuniti?!

Lasciamo perdere.” — mi dico — “Lasciamo perdere.

Il giorno dopo, confermata la data dei funerali, vado in ufficio del mito e gli comunico che l’indomani si celebreranno le esequie del mio amico, perciò non so bene a che ora finiranno e se riuscirò a venire in agenzia.

Lui, l’ebete, mi guarda con quello sguardo espressivo quanto una rampa di scale e dice: “Vabbè, ma è un suo amico, mica sua nonna o suo papà. Va alla messa e poi viene qua, che problema c’è… mica vorrà stare al funerale per tutta la cerimonia.

Eh?!

Faccio un attimo di fatica a realizzare la frase. Me la riascolto mentalmente, incredulo.

Poi lo guardo — più o meno come se dal suo cervello stessero uscendo omini verdi, mentre lui si esibisce in piroette acrobatiche sulle nocche delle dita scrivendo sul muro frasi in antico babilonese col suo uccello — e mi chiedo per un attimo se la candid camera è nascosta dentro la sua testa e il suo sguardo vacuo è dato dal fatto che lui è semplicemente un  robot da riprese televisive e agisce secondo un copione ben preciso.

No, è un ebete. Quello è il tipico, inconfondibile e incontestabile sguardo di un ebete.

Anzi, promuoviamolo che se lo merita: è un perfetto idiota.

Così, mentre gli faccio crescere con lo sguardo un grappolo di emorroidi ben piantato dentro nel culo, dico semplicemente: “Guardi, non ci siamo capiti, io vado e torno quando sarà finito tutto. Se torno. Altrimenti ci vedremo direttamente lunedì.

Mi giro, torno alla mia postazione e rimango li, incredulo.

Ma cosa cazzo le sta insegnando sua figlia… niente? Non sta imparando davvero nulla dal male di sua figlia?

E’ incredibile.

Sono assolutamente incredulo.

Anche per questa stronza che ho di fianco. Ora faccio crescere un gran bel grappolo di emorroidi nel culo anche a te. Guardami un po’ negli occhi, pezzo di stronza. Dai.

Ma tant’è, un idiota potrebbe mai arrendersi e perdere una battaglia così importante?

Certo che no.

Consideriamo che il funerale era di giovedì. Consideriamo che comunque mi sentivo poco professionale stare a casa anche il venerdì. Consideriamo che lui è un idiota. Consideriamo che in questo caso posso darmi dell’idiota anch’io: potevo starmene benissimo a casa.

Cosa ne può venire fuori?

E’ semplice: può accadere che il minus habens in questione, entrando in agenzia si soffermi nella porticciola del suo ufficio, per poi voltarsi e porre la seguente domanda: “Scusi, ma lei è stato in discoteca di recente?

A una domanda del genere uno come minimo rimane un po’ perplesso e la risposta più naturale che può uscirne è… ?

Bravi. Esatto.

La risposta è: “No. Perché?

E lui, l’idiota, il sapiente Amadeus-C’è-Scritto-Qui-In-Grande, riuscirà a stupirvi con questa perla, quasi sublime:

No, perché la vedo con lo sguardo assente… si, insomma, un po’ così…

Prego?!

Attimo di perplessità.

Pensiero uno: “Ha detto veramente quello che penso di aver sentito?

Pensiero due: “Davvero?

Pensiero tre: “Si, si, l’ha veramente detto.

Pensiero quattro: “Ma allora sei veramente un grandissimo ed insuperabile divoratore di stronzi.

Risposta al sapiente, da umile discepolo, con tono basso, esasperato, sfinito ma fermo: “Non ha capito proprio niente.

Volgo lo sguardo altrove e mi metto a lavorare.

Silenzio generale per 30 minuti consecutivi. Finalmente.

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